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ambra.

Mi sei apparsa

nella resina dei sogni persi

avevi gli occhi dello stesso colore d’ambra

di mille anni fa

quando ancora ci svegliava la luce del sole

o la voce di nostra madre

anziché la paura di un giorno nuovo,

anziché l’aspettativa.

 

Ti ho visto

e mi hai commosso.

 

Avevamo ancora vestiti puliti

tu sempre le ginocchia sbocciate

tu sempre i mille cuori che ti vivevano dentro.

 

Ma il peso del tempo é come pietra sui corpi

l’irrimediabilità del trascorso mi spegne.

Rimane di te quella resina spessa sui miei sogni

e poco più che un profumo remoto.

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Cellulosa.

chagallHo un davanzale pieno di fiori arancioni, come nei quadri di Chagall

bellissimo, invaso da petali profumati che stillano sole dalle venature di cellulosa

mi fermo a guardali ogni mattino, mi raccontano di quanto sia sacro l’amore

guardano il cielo dal nostro spicchio di cielo, azzurro, lontano

mi dicono di non aver paura, che d’estate si trema sempre di nostalgia.

 

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Migas de pan.

frida

Autoritratto e mare in tempesta

velluto rosso dello stesso colore del sangue.

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volevo solo scomparire in un abbraccio.

Ciao C.

ti scrivo anni dopo, cercandoti. Dicono la speranza sia l’ultima a morire, eppure ho la certezza di poter perdermi in questa ricerca anche dopo la morte della speranza. C’eri. E quando c’eri tu offuscavi tutto. Offuscavi le incertezze di quella ragazzina che ti cresceva accanto, le paure di tutti i futuri del mondo. Sei sempre malinconica, C., oppure adesso ti guardi meno dentro? Quel gorgo profondo che ti annullava, che ingoiava ogni luce, è ancora vivo?

Ti penso C., il tempo scorre e la vita ci porta a non sapere più l’una dell’altra, come prima che esistessimo l’una per l’altra.

Ti penso C., so di averti smarrito, spero ancora che qualche notte, guardando tutte quelle costellazioni sopra la tua testa e sentendoti piccola, qualcosa di me ti sfiori.

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Non credevo al vuoto.

Prima che tu sparissi non credevo al vuoto

mi sembrava un modo impreciso di ricamare d’oro la solitudine

Prima che il tempo lasciasse sulla mia pelle i segni delle stagioni

pensavo che ogni ventre fosse fertile abbastanza da coltivare la vita.

Adesso che non ci sei

ho imparato che il nome preciso di questo cigaleggio estivo è dolore

che nulla accarezza i cuori più della malinconia.

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“credevo di averlo sparpagliato per il mondo”

 

Ho nel pugno i miei sospiri fatti carne

vestono di lutto

mi sussurrano i piccoli segreti della sopravvivenza

prima che torni la rosa dei venti e sparpagli le buone intenzioni.

Viaggiatore, non sai forse che tutte le strade sono impervie, senza un destino?

Scaverai da solo nel gorgo della tua solitudine fiorita

e non sarà il pino a farti ombra, ma un verdissimo tiglio

che, al passar la stagione buona, appassirà le foglie

e non ti lascerà che la memoria dell’odore smarrito della bellezza.

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“hecha para amarrar estrellas en desorden.”

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Sboccio, stordita di rabbia,

sconfitta e cieca,

sulla battigia delle mie malinconie.

 

Luce fioca che illumini le ombre delle mie solitudini

mi lasci intravedere la dimensione onirica dei mondi paralleli

e mi convinci che, ancora una volta, sia stato il filo sottile del Caso

a guidare i miei passi incerti, i tuoi,  verso questo gorgo grigio che mi divora.

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